Marco Travaglio

Cavalier Menagramo
Da "Linus" - ottobre 2002

Dopo anni e anni di studi approfonditi, analisi accurate, esperimenti di laboratorio e discussioni accademiche ai massimi livelli, gli studiosi più accreditati della materia sono ormai unanimi nel tracciare una costante dominante della politica italiana: Silvio Berlusconi porta sfiga.

Il fenomeno è nuovo, recentissimo: quello che ieri era considerato il Gastone dell'imprenditoria, oggi s'è trasformato in un Re Mida alla rovescia: non azzecca più una mossa nemmeno per sbaglio. Il metodo usato dai più insigni luminari della scaramanzia mondiale per giungere a questa sconvolgente conclusione è quello empirico. Un metodo che definire scientifico sarebbe riduttivo. Un metodo che, a furia di dimostrazioni e controdimostrazioni, piacerebbe a Popper e persino a Marcello Pera.
Dunque, vediamo. Il Cavaliere rivince le elezioni il 23 maggio 2001 e torna per la seconda volta a Palazzo Chigi. Fra i pezzi più pregiati di Forza Italia, anzi di tutta la Casa delle Libertà, c'è Gianstefano Frigerio, un ex democristiano candidato in Puglia sotto falso nome, essendo un noto pluripregiudicato di Tangentopoli con 8 anni di galera sul groppone. I carabinieri non gli danno nemmeno il tempo di visitare per un attimo Montecitorio: il mattino dell'apertura della Camera, mentre Pierferdinando Casini inaugura la legislatura raccomandandosi alla Madonna di San Luca, Frigerio si raccomanda a San Vittore. Non è una bella figura. Fuori uno.
Subito dopo si pone il problema dei seggi rimasti vacanti per i trucchi e le trappole della legge elettorale. Berlusconi, ingordo com'è, impone a Forza Italia la linea dura: tutti i seggi devono andare agli azzurri. Risultato: agli azzurri non ne va nemmeno uno. I seggi resteranno vacanti, e la maggioranza perderà un bel po' di voti per l'intera legislatura.
Qualche problema anche per la lista dei ministri: fino all'ultimo si parla di Luca Cordero di Montezemolo in un dicastero chiave, per impreziosire ulteriormente una compagine che già vanta nomi del calibro di Bossi, Gasparri e Lunardi. Ma alla fine il presidente della Ferrari dà forfait: è l'unico colpo di fortuna del Cavaliere nell'ultimo anno, ma lui non lo capisce e mette il lutto.
L'11 luglio 2001 il cosiddetto ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, con la faccia che si ritrova, si presenta al Tg1 delle 20 per annunciare agli italiani, bacchetta e lavagna alla mano, che l'Ulivo gli ha lasciato in eredità un gigantesco deficit nei conti pubblici: non si sa bene se ammonti a 45 o a 61 mila miliardi di lire, o a zero lire. Fa lo stesso. è la finanza creativa, bellezza. Naturalmente alla storia del buco non crede quasi nessuno, un po' per la faccia di Tremonti, un po' perché mancano totalmente le pezze d'appoggio (a parte un foglietto di carta tutto colorato con dei numeri scritti a casaccio che Berlusconi esibirà chez Bruno Vespa qualche mese più tardi).
La settimana dopo, tutto è pronto per il vertice del G8 a Genova: ossessionati dall'ansia di proteggere la zona rossa dei vip, al ministero dell'Interno si dimenticano di quel che accade tutto intorno. Così i black bloc fanno quel che vogliono, scorrazzano indisturbati per la città devastandola e fraternizzando di tanto in tanto con le forze dell'ordine. L'impressione è che qualcuno speri tanto nel morto, nel martire fra gli uomini della polizia. Alla fine il morto ci scappa, ma dalla parte sbagliata. Quello che probabilmente doveva diventare il primo giro di vite contro i movimenti spontanei di piazza si trasforma in un boomerang clamoroso. Da quel giorno a Genova, l'Italia viene descritta come una succursale del Cile di Pinochet dalla stampa e da vari organismi internazionali.
Un mese più tardi, il 22 agosto, il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi accresce il già esorbitante prestigio del suo governo comunicando che "mafia e camorra ci sono sempre state, e dovremo convivere con queste realtà, senza frenare le grandi opere".
A metà settembre, mentre tutto il mondo serra le file della cooperazione giudiziaria internazionale contro il terrorismo dopo l'attentato alle due torri, il governo italiano ritira la scorta ai magistrati antimafia, antiterrorismo e anticorruzione. Compresi quelli di Palermo e quelli di Milano, Ilda Boccassini in testa. Sarà costretto a ripristinarla precipitosamente in marzo, dopo l'assassinio del professor Marco Biagi.
George Bush è preoccupato di conquistare l'intero mondo arabo alla lotta contro le centrali terroristiche di Al Qaeda in Afghanistan, in vista dell'attacco. E si profonde in continue dichiarazioni d'amore per gli arabi, la loro cultura e la loro religione. Anche in Europa la preoccupazione è analoga, anche perché si dice che Bin Laden stia decidendo da quale paese europeo ricominciare. Berlusconi gli leva subito ogni dubbio, proclamando pubblicamente da Berlino che "noi occidentali dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà su quella islamica, che non dev'essere messa sullo stesso piano della nostra ed è indietro di almeno 1400 anni nella storia". La Lega Araba protesta, gli alleati non credono ai loro orecchi. Bush rinvia a tempi migliori la visita del Cavaliere alla Casa Bianca. Quando poi decide di attaccare l'Afghanistan, lo fa senza avvertire il premier italiano, e quando ringrazia i partner europei alleati si dimentica di lui.
Il Cavaliere comunque ha ben altre guerre a cui pensare: ad esempio quella ai giudici. Il 3 ottobre passa a tappe forzate la legge sulle rogatorie. Serve a buttare via tutte le carte giunte in Italia negli ultimi trent'anni dalle altre autorità giudiziarie, e dunque anche le carte che sorreggono le accuse a Previti, Berlusconi, Squillante & C. Si profilano migliaia di assoluzioni, prescrizioni e scarcerazioni, infatti la magistratura italiana protesta all'unisono con quella europea. Ma per fortuna la legge è scritta con i piedi: gli autori non si sono accorti che confligge con la prassi internazionale ultratrentennale, nonché con la convenzione europea di assistenza giudiziaria firmata nel 1959 e poi ratificata anche dall'Italia. Quella legge dunque non entrerà mai in vigore. Le carte bancarie su Previti restano valide. Un euroautogol da manuale. Si cerca affannosamente il colpevole.
Un'altra fondamentale riforma, targata Tremonti, è quella che consente il rientro - anonimo e pressoché gratuito - dei capitali illecitamente esportati (e accumulati) all'estero: ma anche questo porta più sputtanamento all'immagine di Berlusconi che quattrini nelle case dello Stato. Persino Cirino Pomicino denuncia il pericolo che se ne avvantaggino i riciclatori di denaro sporco. Al confronto dei successori, persino Geronimo diventa un faro di legalità.
Il 10 novembre, il Foglio di Giuliano Ferrara e Veronica Berlusconi indice una manifestazione di piazza con bandierine a stelle e strisce a favore degli Usa impegnati in guerra in Afghanistan. Il Cavaliere assicura subito presenza e sostegno. Ma in piazza arrivano in pochi: sono molti di più i partecipanti alla marcia parallela dei no-global.
Esaurite le speranze nella legge-tarocco sulle rogatorie, Berlusconi e Previti puntano tutto sulla sentenza della Consulta che annulla alcune tappe dell'udienza preliminare. Il tribunale però decide di procedere oltre, dichiarando quelle udienze ininfluenti. I processi, nonostante le speranze degli imputati più illustri, proseguono. Il settimanale più venduto, Panorama, pubblica lo "scoop" di Lino Jannuzzi su un preteso vertice segreto fra il pm Ilda Boccassini e Carla del Ponte a Lugano per incastrare Berlusconi. è una maldestra manovra per scalzare la Boccassini dai processi, ma va subito in fumo: quel giorno, a Lugano, la Boccassini non poteva esserci (era a Milano), e nemmeno la Del Ponte (era in Tanzania). Segue imbarazzata smentita.
Il sottosegretario all'Interno Carlo Taormina chiede l'arresto dei giudici milanesi: un'istanza espressa più volte e da altri esponenti ben più autorevoli della Casa delle libertà. Ma in segreto, fra le quattro mura. Taormina è un uomo solare, acqua e sapone. Infatti difende pure alcuni pezzi da novanta del crimine nazionale. Lo fanno, è vero, moltissimi suoi colleghi. Ma lui non è l'avvocato di Berlusconi, e nemmeno di Previti, e nemmeno di Dell'Utri, e certe cose non se le può permettere. Così lo fanno dimettere. Il governo perde il primo pezzo.
Nuove risate in Europa per il "no" del presunto ministro della Giustizia Roberto Castelli al mandato di cattura europeo. Castelli regala anche al premier, per Capodanno, il trasferimento immediato di uno dei suoi giudici, Guido Brambilla, al tribunale di sorveglianza: peccato che il presidente della Corte d'appello lo riapplichi subito al tribunale ordinario, salvando così il processo. Un altro sputtanamento galattico per il governo, che non ci guadagna nulla e ci perde in immagine. Immagine già finita sottozero quando il sedicente ministro Maurizio Gasparri telefona in diretta a Simona Ventura per polemizzare su una freddura.
L'anno nuovo, il 2002, si apre con un altro trionfo nazionale e internazionale della "squadra" berlusconiana: se ne va anche il ministro degli Esteri Renato Ruggiero, stufo di nascondersi nel bagno ai vertici europei ogni volta che parlano Berlusconi e Castelli.
E, con le riforme fatte e minacciate, il governo riesce anche a compattare una delle categorie più divise che l'Italia conosca: la magistratura. La protesta delle toghe nere, all'inaugurazione del nuovo anno giudiziario, è plebiscitaria. Le piazze si riempiono di manifestazioni e "girotondi", gente che mai aveva manifestato per strada comincia a farlo senza riuscire più a smettere, fino ai 40mila del Palavobis a Milano. Quella sera, il profetico Castelli prevede possibili "episodi di violenza". Due giorni dopo esplode un petardone su un motorino appoggiato sulla parete antistante il Viminale, stranamente sguarnita di telecamere. è il primo attentato al mondo rivendicato in anticipo da un ministro.
Altro caso di sventurata preveggenza: il delitto del professor Marco Biagi. Una provvidenziale manina passa a Panorama un rapporto dei servizi segreti che traccia l'identikit della prossima vittima delle Bierre: è il ritratto di Marco Biagi, manca solo il nome. Ma al Viminale non leggono Panorama e nemmeno - si suppone - i rapporti dei servizi segreti. Biagi viene privato della scorta, così il compito degli assassini risulta decisamente più agevole: ammazzare un uomo solo in bicicletta è decisamente meno rischioso che ammazzarne uno scortato dentro un'auto blindata. Uno pensa che la macabra gaffe possa bastare, e invece no, perché il ministro dell'Interno Scajola pensa bene di commemorare degnamente il trigesimo con una memorabile dichiarazione sul martire: "Marco Biagi era un rompicoglioni che pensava solo a strappare consulenze". La frase suona eccessiva persino per un lombrosario come questo governo: Scajola, fino ad allora considerato il meglio di Forza Italia dopo un'accurata selezione interna, viene accompagnato alla porta del Viminale da due robusti infermieri. Lo sostituisce Beppe Pisanu, quello che nel 1983 aveva fatto la fine di Scajola, costretto alle dimissioni dopo avere giurato, nella sua veste di sottosegretario al Tesoro, che i conti dell'Ambrosiano del suo amico Roberto Calvi erano perfettamente in regola (due giorni prima che emergesse il più spaventoso crac della storia d'Italia: quello, appunto, dell'Ambrosiano). Anche lui, insomma, promette bene.
L'occupazione militare della Rai e la spiritosissima legge Frattini sul conflitto d'interessi (quella che salva la "mera proprietà") rovesciano in piazza altre centinaia di migliaia di persone. Che diventano 3 milioni nella manifestazione indetta da Cofferati, con la sponsorizzazione straordinaria del governo, sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Era dai tempi di Tambroni (e del primo Berlusconi) che un governo non veniva così frequentemente e massicciamente sputacchiato per le pubbliche vie. Al punto che, in Parlamento, si cominciano a intravedere le prime avvisaglie di un fenomeno finora sconosciuto: l'opposizione.
E non solo in Italia. Quando il ministro Umberto Bossi definisce l'Unione europea "Forcolandia" e "superstato tecnocratico e corrotto", Berlusconi rassicura: "Umberto non va preso sul serio". Al resto pensa il sottosegretario Vittorio Sgarbi, che dà in escandescenze al Salone del libro di Parigi, insolentendo la ministra Catherine Tasca, poi anche lui viene preso in consegna da due infermieri. Fuori tre.
In primavera, primo test elettorale a un anno dalla grande vittoria. Il Polo perde le amministrative, riuscendo a farsi del male da solo con faide e scannamenti intestini, da Asti a Monza, a Verona. Ma è nei mesi estivi che si dispiega ai massimi livelli tutto il potere jettatorio della Casa delle Sfighe. Un'escalation di rovesci, sciagure e jatture che, al confronto, il Vajont era una doccia e Waterloo una scaramuccia. I nubifragi agostani che aboliscono definitivamente l'estate (mai visti prima) sono soltanto la metafora dell'estate più nera del Cavalier Menagramo. Le sue imprese, ormai, sono liberamente ispirate alle disavventure di Wile e. Coyote nel vano inseguimento di Bip-Bip.
Riforma del Csm: il governo ne modifica le regole nella speranza di far eleggere una maggioranza più omogenea alla sua, ma ottiene esattamente l'effetto opposto; per la prima volta, anzi, il vicepresidente (Virginio Rognoni) è espressione dell'opposizione.
Processi di Milano: anni e anni per convincere gli italiani che quel tribunale è un covo di toghe rosse mentre Brescia è il paradiso terrestre, poi, sul più bello, arriva un avviso di garanzia all'avvocato Gaetano Pecorella, e da dove parte? Proprio da Brescia. Tribunale infrequentabile anche quello, toghe rosse anche lì, il giro d'Italia dei processi a Berlusconi prosegue. Intanto l'Onu decide di inviare un ispettore malese a studiare gli attacchi contro l'autonomia della magistratura italiana.
Falso in bilancio: mentre il Cavaliere e i suoi avvocati appositamente eletti in Parlamento lo depenalizzano (di fatto) in tutta fretta, esplodono negli Usa i casi Enron e Worldcom, cioè i due più enormi scandali di falso in bilancio della storia mondiale. Bush, "l'amico George", anziché depenalizzare, moltiplica il massimo delle pene fino a 25 anni. "In galera chi falsifica i bilanci", urla: "l'amico Silvio", che già vagheggiava un asse infallibile Roma-Washington, gira alla larga per un po'.
Rai: cacciati Biagi e Santoro (colpevoli di eccessiva libertà ed eccessivo successo) in obbedienza al proclama bulgaro del premier, la nuova dirigenza li sostituisce con le comiche (volute) di Max e Tux e con quelle (involontarie) di Marano&Socci. Ma il pubblico cinico e baro sembra non gradire, e cambia canale.
Mondiali di calcio: dopo aver insultato e indotto alle dimissioni Dino Zoff, reo di essere arrivato soltanto secondo ai campionati europei, Berlusconi benedice (si fa per dire) il nuovo citì Giovanni Trapattoni ("è come me, vincerà tutto"). Non l'avesse mai detto: l'Italia viene subito eliminata.
Campionato di calcio: il Cavaliere piazza il fido Adriano Galliani alla guida della Lega Calcio, e per la prima volta nella storia pallonara il torneo più amato dagli italiani non parte. Rimandato di settimana in settimana per la rissa dei presidenti sui diritti televisivi.
Leggi Cirami, Pittelli, Palma: Berlusconi prepara il suo scudo spaziale di immunità, ma la gente scende in piazza anche il 31 luglio. E, soprattutto, Cosa nostra si ingelosisce: ma come, per te e per i tuoi amici sì, e per noi no? Diversamente da quelli della Confindustria e di alcuni sindacati "dialoganti", i capi della mafia sono piuttosto concreti: quando fanno un patto, esigono che venga rispettato. "Siamo stufi di essere strumentalizzati", fa sapere dal carcere Leoluca Bagarella a fantomatici referenti "politici". Per qualche giorno la gente si domanda con chi ce l'abbia. Poi, inaugurando un ponte sul Ticino, il premier sbotta: "Non ci faremo intimidire da Bagarella". Così è chiaro a tutti con chi ce l'aveva Bagarella. Anche perché subito dopo il Sisde chiede di scortare d'urgenza Previti e Dell'Utri: casomai la mafia dovesse colpirli, l'opinione pubblica non li scambierebbe per Falcone e Borsellino; al massimo, per Salvo Lima.
Lotta alla droga: la campagna neoproibizionista di Alleanza nazionale viene bruscamente interrotta dall'arresto di un certo Martello, che entrava e usciva con tanto di lasciapassare dal ministero delle Finanze per consegnare - sostengono i carabinieri - partite di cocaina al viceministro Gianfranco Miccichè. La vicenda del pusher ministeriale, oltre a spiegare una certa "finanza creativa" tanto in voga da quelle parti, imbarazza un tantino il governo, tantopiù che Miccichè si difende dalle polemiche bollando i carabinieri come "corpo deviato dello Stato". Non sa che rispondono al collega ministro della Difesa Antonio Martino, forzista come lui. Le indagini comunque passano alla Guardia di Finanza, mettendo il povero sottosegretario in una situazione davvero imbarazzante: come Miccichè pare essere un consumatore, come polista è un proibizionista e come viceministro è alla guida dello stesso corpo armato che indaga su di lui. Un conflitto interiore lacerante.
Alla ripresa autunnale, tra un girotondo da un milione di persone in piazza San Giovanni e un fulmine dell'ultimo fuoruscito forzista Filippo Mancuso (Previti "mascalzone", Berlusconi "ricattato" e via ricamando), anche il Vaticano passa all'opposizione per la legge Bossi-Fini sull'immigrazione. "Adesso a questi vescovoni e massoni gli mandiamo una bella visita della Guardia di Finanza", replica pacato il ministro della Devolùscion. Frattanto i conti pubblici vanno così male che persino il presidente della Confindustria Antonio D'Amato, uomo dai riflessi piuttosto lenti, comincia a dubitare qualcosina a proposito delle promesse governative. E i suoi dubbi aumentano quando sente dire dall'amico Tremonti che è ora di finirla con i "regali dell'Ulivo alle imprese". Tirare cinghia, dunque, lacrime e sangue, e pedalare. "Vi prometto che non aumenteremo le tasse", annuncia il Cavaliere che solo un anno fa prometteva di abbassarle. I sondaggi pare vadano maluccio, ma niente paura: vengono aboliti, con l'ingaggio del sondaggista di fiducia del Cavaliere (quello che, la sera delle elezioni, dirama le proiezioni e gli exit poll dopo l'arrivo dei dati definitivi del Viminale).
Se si sparge la voce che Berlusconi porta sfiga, è finita: gli italiani sono fatti così. Brutta razza. Da piazzale Loreto alle monetine anticraxi davanti all'hotel Raphael. Diceva bene Corrado Guzzanti alias Rokko Smitherson: finché la tigre corre, cavalcala. Se zoppica, spàrale.

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