...Leonard Cohen
Fonte: www.ondarock.it e articoli di giornale vari
Leonard Cohen "debutta" negli anni '50 come poeta, ma già a vent'anni si avvicina alla musica, fondando la band di country-western Buckskin Boys: "Ero pieno della frenesia di suonare e dimenarmi battendo i piedi, celebrando una sorta di vita emozionale insieme a tanti che la pensavano come me. Il country, allora, soddisfaceva queste esigenze". In modo naturale, seguendo un percorso interiore, Cohen ha trovato un suo stile, iniziando così ad essere il cantore della malinconia con le canzoni Suzanne e Bird on a wire.
Ha
abitato per sette anni a Hydra, un'isola greca, dove ha scritto
due romanzi, due piccoli capolavori: The favorite
game, nel 1963, ritratto di un giovane ebreo di Montreal
con ambizioni artistiche, e "Beautiful losers", nel
1966, dalle venature noir, un'opera epica e incomprensibile con
accenti sacrilegi e religiosi. In My life, Cohen
debutta dal vivo al Newport Folk Festival del 1967. Nello stesso
anno la Columbia lancia sul mercato Songs of Leonard Cohen.
Songs from a room e Songs of love and hate invece
lo confermano come il cantore del dolore e della solitudine. Poi,
nel 1973 arriva Live songs, con la canzone Please
don't pass me by, improvvisazione blueseggiante di
quattordici minuti, e finalmente New skin for the old
ceremony, con un suono orchestrale fortemente voluto dal
produttore.
Recent songs, del 1979, è un disco
ancor più complesso, in cui Cohen comincia a riflettere sulle
sue lunghe esplorazioni nell'arena delle religioni, arrivando
perfino a far parte di Scientology, prima di approdare finalmente
al buddismo. Una volta Allen Ginsberg gli domandò come faceva a
conciliare la religione giudaica della sua famiglia con la
dottrina Zen, e Leonard ribatté che lo Zen è più una forma di
meditazione atea che una religione deistica. Anche quando viveva
a Chelsea Hotel e ingeriva Lsd, coltivava un profondo e mai
superato senso di autocompassione. Non diede mai colpa del suo
malessere alla famiglia, ovvero alle usanze della sua
"tribù".
Various Position, del 1984, è un
approfondimento delle sue riflessioni religiose, ma queste specie
di salmi, tutti nati da una dolorosa odissea spirituale, suonano
talmente gradevoli da poter essere scambiati per
"ordinarie" canzoni d'amore. In realtà in questo
periodo il dramma filosofico e religioso del cantautore canadese
è talmente profondo da sbilanciarlo completamente. Ora Cohen è
scomparso dalle scene. Vive da solo, lontano dal mondo, in un
silenzio senza alterazioni. Dal suo esilio volontario, filtrano poche notizie. Ma
arriva ancora della musica. E' quella di Field Commander Cohen,
un album dal vivo con materiale la cui registrazione risale al
suo tour del 79. Un disco che si avvale di arrangiamenti
particolarmente ricchi, che donano nuova luce a classici come
"Lover, Lover, Lover", "Hey Thats No Way To
Say Goodbye", "The Stranger Song",
"Memories" e "So Long, Marianne". Un album
che suona molto rock e testimonia la naturale paternità di Cohen
sulle frange più colte e poetiche del cosiddetto post-rock.
I'm your man, l'album del
1988, è la sintesi di tutta l'amarezza e la paura di affrontare
l'esistenza. Un disco accolto finalmente in maniera entusiastica
dalla critica americana, che ha definito la sua voce "simile
a un rasoio". La stessa critica che riteneva
"impossibile ascoltare un suo album quando fuori splende il
sole".
Nel 1993 Cohen va a vivere in un monastero zen a Mount Baldy, a 200 chilometri da Los Angeles: "Io amo dimenticare Leonard Cohen. Nel 1993 dopo aver terminato una tournée, a quasi sessantun anni, ho parlato con il mio maestro, che ne aveva novanta. Lui mi ha detto che sarebbe entrato in un monastero buddista. E io l'ho seguito. È stato un periodo che mi ha donato pace e tranquillità. Sono stato molto impegnato a occuparmi della vita ordinaria. Ho cucinato per lui, ho lavato i piatti. È stato un grande privilegio restare faccia a faccia con l'altra parte di me".
Nel 2001 Cohen rompe definitivamente l'esilio in cui si era rifugiato e pubblica Ten new songs, primo lavoro in studio dopo quasi dieci anni. Da due anni è tornato nel suo appartamento da scapolo, un duplex che divide con la figlia. "Lo dice sempre anche Roshi, il mio maestro zen che ora ha 94 anni: il paradiso non è su questa terra - ha commentato ironicamente in un'intervista a "Musica"-. Ho cercato per anni di convertirlo al vino rosso, ma continua a preferire il sakè... Decisi di entrare nel monastero di Roshi perché cercavo delle risposte. E ci sono rimasto più di quanto pensassi perché il maestro era affidato alle mie cure e adorava le mie zuppe di pollo. Non cercavo una nuova religione né l'ebbrezza di una conversione. Sono nato ebreo e morirò ebreo, la religione di famiglia già soddisfa tutti i miei appetiti spirituali. Tornare a casa è stata una bella sensazione".
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